Plusdotazione e difficoltà nello studio: il paradosso del talento
Apprendimento

Plusdotazione e difficoltà nello studio: il paradosso del talento

Dr. Francesca Fotia
1 febbraio 2026
5 min

Perché studenti brillanti possono avere difficoltà nello studio e come il counselling può aiutare.

Plusdotazione e difficoltà nello studio: il paradosso del talento

Non sempre un’elevata capacità cognitiva si traduce in facilità nello studio. Anzi, accade spesso che proprio gli studenti più brillanti attraversino periodi di blocco, perdita di motivazione o difficoltà nel portare a termine ciò che iniziano. È un paradosso solo apparente: come può chi comprende in fretta e ragiona con profondità faticare così tanto a concentrarsi o a concludere i propri compiti? Per alcuni, il problema nasce da una mancanza di stimoli adeguati. Quando l’ambiente non offre sfide proporzionate, l’interesse si affievolisce e subentrano noia, frustrazione e demotivazione. La mente, abituata a correre veloce, non trova più un terreno che la nutra e finisce per “spegnersi”. Spesso ci si arrende a questa mancanza di stimoli, quasi fosse più sicuro non desiderarne di maggiori. La demotivazione, in questi casi, non riguarda soltanto l’assenza di sfide adeguate, ma può nascere dal timore di lasciare indietro chi si ama, differenziarsi al punto da non sentirsi più parte della propria storia. In alcuni contesti familiari o sociali più fragili, soprattutto quando le risorse materiali e le occasioni sono state poche, il successo può portare con sé la sensazione di mettere a nudo l’inadeguatezza di chi non ha avuto le stesse possibilità. Da qui può emergere un pensiero silenzioso: “Se sto meglio degli altri, li ferisco. Se vado oltre, resto solo.” Restare fermi diventa così un modo per proteggere i legami, più che un limite personale. Questo vissuto può intrecciarsi con lo sguardo degli altri: l’invidia, il sospetto, o il giudizio per il solo fatto di riuscire in qualcosa. È qui che può radicarsi l’idea che avere più risorse o opportunità sia ingiusto o egoista, e lo studio smette di essere uno spazio di libertà. Diventa un territorio delicato, attraversato da una paura sottile: se ottengo più degli altri, non appartengo più; se cresco troppo, potrei perderli. In altri casi, il fenomeno è opposto: aspettative eccessive, interne o provenienti dall’esterno, trasformano lo studio in una costante prova di valore. “Devo capire tutto”, “non posso sbagliare”, “se fallisco, non valgo”. Il perfezionismo prende il sopravvento, l’errore diventa intollerabile e la curiosità lascia il posto alla paura di non essere all’altezza. Spesso, dietro questo peso, c’è una convinzione profonda: che il proprio valore dipenda da quanto si riesce. Molte persone crescono in contesti dove l’affetto, l’attenzione o la stima arrivano solo quando “vanno bene”, quando ottengono risultati, quando non deludono. Senza accorgersene, imparano che per essere accettati bisogna sempre essere all’altezza, non mostrare debolezze, non fermarsi mai. Con il tempo, questo modo di pensare si trasforma in una regola interna: “valgo se riesco, valgo se non deludo”. E così l’impegno smette di essere curiosità o desiderio di conoscere, e diventa un modo per sentirsi al sicuro. Studiare non serve solo a imparare, ma a proteggere un legame, a non perdere l’approvazione degli altri, o la stima di sé. A questo si aggiunge spesso una disarmonia tra sviluppo cognitivo, emotivo e sociale. La persona ragiona con lucidità e complessità, ma fatica a riconoscere, nominare o regolare le proprie emozioni. Ne nasce una distanza interna che può manifestarsi come confusione, difficoltà relazionali o senso di estraneità rispetto a sé e agli altri. È come se la mente procedesse a un ritmo che il mondo affettivo non riesce a seguire. Accade quando, fin da piccoli, si impara che pensare è più sicuro che sentire: che le emozioni sono troppo, che rischiano di disturbare, di complicare le cose o di farci apparire deboli. In contesti dove le emozioni vengono ignorate o giudicate, la mente diventa un rifugio: ragionare protegge, sentire espone. L’intelligenza si trasforma in una corazza. “Se mi lascio sentire, divento un peso.” “Se mi mostro vulnerabile, sarò rifiutato.” Con il tempo, però, questa protezione crea distanza: si diventa bravissimi a capire, ma sempre meno capaci di sentire. La brillantezza cognitiva rimane, ma come parte di un equilibrio costruito per difendersi da un mondo emotivo che, un tempo, non era un posto sicuro dove restare. In altre parole, la plusdotazione non garantisce adattamento. Può essere una risorsa straordinaria, ma anche una vulnerabilità, soprattutto quando viene caricata di aspettative o usata come metro del proprio valore. In questi casi, diventa fonte di ansia, autocritica e isolamento. Un percorso di counselling o psicoterapia può aiutare a ristabilire equilibrio: comprendere come funziona il proprio modo di pensare, trasformare la pressione in consapevolezza e riconoscere che la competenza non sostituisce il bisogno di sostegno. L’obiettivo non è “abbassare l’asticella”, ma ritrovare il senso dello studio come spazio di scoperta e di libertà, non di giudizio.

Dr. Francesca Fotia

Condividi questo articolo
Condividi: