Perché proviamo sofferenza per le ingiustizie del mondo? Esploriamo il senso più profondo dell’empatia umana
Un'analisi sul senso di colpa del sopravvissuto e sull'empatia umana di fronte alle ingiustizie globali, con spunti dalla Control Mastery Theory.
Perchè proviamo sofferenza per le ingiustizie del mondo? Esploriamo il senso più profondo dell’empatia umana
Essere vivi nel mondo può essere estremamente faticoso. Negli ultimi anni c’è stato un susseguirsi di eventi che hanno potuto provocare un fortissimo senso di ingiustizia in ciascuno di noi: la situazione delle donne in Afganistan, la guerra in Ucraina, lo sfruttamento dei lavoratori in tanti paesi dell’Asia e dell’Africa, il trattamento riservato alle persone straniere in America, il genocidio in Palestina…
Proprio su quest’ultimo vorrei soffermarmi, in quanto è stato forse l’avvenimento più sentito, che più ha toccato le coscienze e i sentimenti di moltissime persone. Ciò a cui abbiamo assistito, e continuiamo ad assistere nonostante i diversi tentativi di accordi di pace, è un perpetuarsi in diretta streaming di sofferenze vissute da persone di ogni età, genere e classe sociale, e questo può causare sentimenti, anche molto forti, di impotenza, rabbia, sofferenza, frustrazione, fino ad arrivare a stati di malessere generalizzato. Non siamo individui isolati, ma al contrario siamo in strettissima relazione con ciò che ci circonda, con ciò che avviene intorno a noi. Sicuramente siamo colpiti molto di più dagli eventi che ci sono vicini, che toccano in modo diretto le nostre vite, però alcune persone possono essere particolarmente scosse anche da ciò che avviene a distanze più grandi. Situazioni come quella palestinese possono mettere a dura prova coloro che sentono le ingiustizie in modo molto forte. Ma da dove viene questa sensibilità più forte della media?
L’essere umano ha la tendenza innata a paragonare se stesso e la propria condizione all’altro, e a identificarsi con l’altro. Questa forma di identificazione è ancora più forte nei confronti di coloro che hanno meno di noi e che soffrono di più, e molto spesso ci sentiamo la responsabilità della condizione altrui, per un principio di equità nella distribuzione delle risorse pratiche, che è molto utile nella vita quotidiana e di comunità. Proviamo ad immaginare, ad esempio, in una famiglia: se una persona mangia tutto ciò che c’è in casa, gli altri restano senza nulla! In alcune situazioni, tuttavia, quando si ha un vissuto traumatico, questo senso di responsabilità per l’altro si può estendere a ciò che riguarda il proprio benessere e si instaura quindi un pensiero del tipo “l’altro ha di meno perchè io ho di più” oppure “l’altro soffre perchè io sto bene”. Questi ragionamenti, che possono essere più o meno inconsci, portano ad un forte senso di colpa per ciò che si ha, per la propria felicità, per i propri successi.
In ottica CMT parliamo di senso di colpa del sopravvissuto, ovvero quella sensazione legata all’essere sopravvissuti mentre altre persone no, e di avere più degli altri: più successo, una vita più felice e soddisfacente, più possibilità. Questo senso di colpa, che è in grandissima parte inconscio, porta la persona a vivere ciò che ha come profondamente iniquo, e quindi ingiusto: il sentimento di fondo è che ciò che abbiamo toglie agli altri, e che le proprie qualità e i propri successi facciano sentire umiliate le persone a noi care, che rimangono indietro. La sensazione è che le risorse siano limitate: se prendo io, tolgo a te.
Il senso di colpa del sopravvissuto sopraggiunge quando “si realizza di essere scampati a una brutta situazione mentre altri non hanno avuto la stessa fortuna, quando si comprende di avere più successo, più soddisfazioni, di stare meglio ed essere più bravi, fortunati, amati, ricchi o felici di qualcun altro. Di riuscire dove gli altri falliscono” (dal libro Fidarsi dei pazienti, Gazzillo F., 2021). Il senso di colpa inconscio che ne deriva può portare a non riuscire a godere di ciò che si ha, delle proprie qualità o dei propri successi.
Per chi soffre di questo senso di colpa, assistere a situazioni di sofferenza, vissute da persone anche lontane da noi, può essere causa di forte dolore. La sensazione di impotenza, di fronte alle ingiustizie del mondo, fa sentire in colpa per ciò che la persona ha, fosse anche solo per la fortuna di essere nato nel lato giusto del mondo. Questo può impedire di vivere la vita quotidiana con il giusto trasporto e le proprie emozioni in modo positivo, in una modalità di espiazione della colpa per la propria fortuna.
G. ha una storia familiare caratterizzata da grande sofferenza ed episodi molto tragici, avvenuti in gran parte prima della sua nascita, e lo stato d’animo generalizzato della sua famiglia è sempre stato molto basso. Lei, quindi, sente inconsciamente di non poter provare felicità e orgoglio per ciò che ha di bello nella sua vita, per i suoi successi, perché in tal modo lascerebbe indietro le persone a lei care. Un giorno di settembre G. arriva in terapia molto scossa mentre racconta il suo vissuto: “Non posso più prendere il telefono, appena apro i social sono inondata da video e immagini di persone che soffrono, bambini che muoiono, ingiustizie così grandi, che restano impunite… non ce la faccio più, ci penso sempre e quando passo un momento sereno, magari una serata con gli amici, mi sento in colpa, perchè io mi diverto mentre dall’altra parte del mare stanno sterminando un’intera popolazione senza che nessuno muova un dito!”
Se ci fermiamo a pensare, vivere uno stato d’animo del genere è espressione di empatia e umanità, caratteristiche bellissime e importanti di ognuno di noi. Il problema nasce quando questi sentimenti pervadono la nostra vita, convincendoci che non meritiamo ciò che abbiamo di positivo, perchè altre persone stanno soffrendo, con il rischio che tale situazione diventi una spirale dalla quale sembra di non poter emergere.
Se questi sentimenti di umana empatia rischiano di non far vivere più il presente, può essere utile chiedere aiuto a un professionista, per degli incontri che possano essere incentrati sul sentimento pervasivo ed eventualmente valutare la necessità e la volontà di un percorso psicoterapeutico più approfondito. Una psicologa può dare gli strumenti per godere delle cose belle della vita, senza farsi sommergere dal senso di colpa per ciò che di brutto avviene nel mondo, ma allo stesso tempo senza perdere l’empatia della propria umanità.
Dott.ssa Giada Padula
